La vita ci sfiorò
Soundtrack: “Il Re del Mondo” di Franco Battiato — dall’album L’Era del Cinghiale Bianco, 1979. Al violino Giusto Pio, di Castelfranco.
“E sulle Biciclette verso Casa, la Vita ci sfiorò ma il Re del Mondo ci tiene prigioniero il Cuore.”
Franco Battiato, 1979. Quarantasette anni fa.
E a proposito di questo brano.
Nel 2000, quando ancora litigavamo col Comune per riuscire ad aprire, ci prendemmo l’imbarazzo — da dilettanti — di chiamare il Maestro Giusto Pio. Il violinista di Battiato, di Castelfranco, quello che al violino di questo pezzo suona. E il Maestro venne. Noi imbarazzati a farlo entrare in quello che era ancora un mezzo cantiere — ma lui ci disse che stava molto più a suo agio da noi che in tanti posti affettati dove pure suonava. E ci disse una cosa che qualcuno di noi si porta dietro da venticinque anni:
«Ragazzi, andate avanti. Non scoraggiatevi. Voi nemmeno vi immaginate in quali posti io e Battiato abbiamo fatto i primi concerti. A Milano, in stanze di appartamenti senza sedie, seduti noi ed i pochi che ci ascoltavano, seduti a terra. Era così, era magico, era musica sperimentale. Ed eravamo contentissimi.
Non perdete tempo con la struttura — mirate ai contenuti. Sperimentate senza paura.»
Ci diede la spinta nel 2000. Ce la dà ancora oggi, dallo stesso violino — solo che adesso lo sentiamo di sponda, attraverso i vent’anni e passa che sono trascorsi in mezzo, e che gli danno un peso diverso.
E — dobbiamo dircelo.
Il Maestro stava a qualche centinaio di metri dal Buena. Da sempre. Da decenni. Bastava attraversare la strada, girare l’angolo, alzare un telefono. Nessuno di noi lo aveva mai fatto. Nessuno di noi si era mai sentito autorizzato a farlo. Ci pareva scontato che non ci spettasse — che il Maestro fosse per un altro tipo di gente, per un altro tipo di salotti, quelli che ci mettevano soggezione da sempre.
Ci volle Emanuele P. per fare quel gesto. Uno di noi. Quello che ci mise davanti l’evidenza di quanto fosse assurdo essere là da anni e non aver mai chiamato uno che ci stava a due passi.
Emma, in un’altra voce di queste pagine, lo dice così: «tutti i volontari di Buenaventura di allora, così umili, timidi e a volte persino imbarazzati, abbiano tutte le ragioni del mondo per essere immensamente orgogliosi di ciò che hanno realizzato».
Da giovani ne saremmo stati orgogliosi — umiltà, ci saremmo detti, e ci sarebbe piaciuto pensarci così. Adesso, con qualche anno in più addosso, cominciamo a sospettare che non fosse solo umiltà. Che quella nostra convinzione di non essere autorizzati a chiamare, a chiedere, a bussare — quella nostra capacità così spontanea di stare al proprio posto — fosse anche il retaggio di essere cresciuti in un pezzo di Nord-Est troppo vicino a un confine che, per mezzo secolo, qualcuno da fuori aveva deciso non dovesse muoversi troppo. Non nel modo sbagliato. Non con le proprie forze. Non con quelle che si chiamano libere cose.
Chi cresce in una terra cuscinetto, tra due mondi che si guardano male, impara presto che le iniziative autonome — anche le più innocenti, anche quelle che riguardano il violino di uno che vive a duecento metri — è meglio non prenderle. E se proprio le prendi, meglio farle con l’aria di chi si scusa.
Ci siamo scusati per cinquant’anni. Emanuele P., un pomeriggio del 2000, ha smesso.
Non l’avevamo capito.
Per anni abbiamo pensato che la vita fosse altrove. Sulle rotte di navigazione più lunghe. Nei posti dove parlano una lingua che non è la tua. In un mestiere che ancora non hai imparato. In una persona che non hai ancora conosciuto. In una versione di te che ancora non sei diventato.
E intanto la vita ci passava a fianco, sulla bicicletta, verso casa. Ci sfiorava. Ci sfiorò.
Il brano di Battiato dura quattro minuti. Se qui sopra è già finito, ecco la versione rimasterizzata — stesso pezzo, stesso violino di Pio, audio più pulito. Riprendi a leggere con la musica addosso.
“Il Re del Mondo” — Franco Battiato, remastered 2019.
Poi qualcuno di noi è tornato. Non tutti nello stesso giorno — ci abbiamo messo mesi, alcuni anni, qualcuno la vita intera. Chi da un’isola greca. Chi rompendo il cuore di altri per capire come non tenere prigioniero il proprio. Chi da un ufficio in cui era diventato invisibile. Chi da una lunga separazione. Chi non era mai andato via ma ci è arrivato uguale, che è quasi peggio.
E ci siamo trovati, senza che nessuno ci avesse davvero convocato, in una sala di paese o in un bar. A dire cose come «ma stiamo pensando di riaprire il Buena». E qualcuno rispondeva «aspettavo da vent’anni che qualcuno lo dicesse».
E lì è successa la cosa che ci lascia basiti.
Ci aspettavamo fatica, litigi, la stanchezza di chi organizza, il muro di chi non si fida. Un po’ di tutto questo c’è stato — ci mancherebbe.
Ma sotto, dominante, un’altra cosa. Una facilità che ci mette in imbarazzo.
Basta chiedere. Non era mai stato il momento a mancare — era il cuore, che tenevamo prigioniero. E la persona dice sì.
Basta abbassare la guardia, e chi ti guardava con sospetto trent’anni fa la abbassa insieme a te. Non ha valutato niente. Si è ricordato — con te — che aiutarsi è la cosa più semplice del mondo.
Basta finalmente ammettere davanti agli altri che da soli non ce la facciamo, e la sala smette di aspettare che tu faccia il capo e comincia a proporre lei.
Trent’anni per dirlo perché l’avevi letto. Qualche minuto per dirlo perché lo vedi funzionare.
Ma è tutto qui?
Ce lo siamo chiesti — ce lo chiediamo ancora, la sera, quando si spegne il rumore della giornata. Ma davvero era così semplice? Come non lo abbiamo capito prima? Cosa ci raccontavamo per tenerci lontani da una cosa che era lì, sotto casa, a portata di un invito?
Non abbiamo una risposta bella. Abbiamo una risposta banale, che è quella giusta: ci raccontavamo che il mondo fosse cattivo. Che le persone approfittassero. Che chi era rimasto qui fosse rimasto per incapacità. Che chi era partito fosse partito per assenza di legami. Che il paese fosse morto. Che i giovani non ci fossero. Che i vecchi fossero chiusi. Che non c’erano i soldi. Che non era il momento.
Tutto falso. Il mondo non è cattivo — è pieno di gente che aspetta che qualcuno faccia la prima mossa e ha smesso di aspettarselo dagli altri.
Il Re del Mondo ci tiene prigioniero il Cuore, cantava Battiato. La sua diagnosi era esatta. La nostra prigione era l’idea che tutto fosse ostile.
Per questa cosa che ci sta salvando, tra noi, abbiamo una parola: fiducia.
Non una fiducia generica. La scommessa che le persone, lasciate libere e messe in cerchio, si organizzano — e si organizzano bene. Che l’homo homini lupus è una calunnia scritta da chi aveva bisogno di toglierti la fiducia negli altri, e in te stesso.
È la «concezione autodeterministica e positiva dell’uomo» — così l’aveva formulata nel 1999 lo statuto di Archè, l’associazione da cui è nato il Buena, con la precisione che ci mette solo chi non ha paura delle parole. È vecchia di duecento anni. È stata umiliata cento volte. E ogni volta che qualcuno si permette di provarla di nuovo, per un po’, funziona.
Sta funzionando adesso, in un pezzo di Castelfranco, tra persone che tra un mese potrebbero anche litigare — ma per un mese, un anno, chissà, la stanno facendo funzionare.
Il rischio lo sappiamo.
Sappiamo che è facile scambiare l’euforia per verità. Che nella voglia di voler contare c’è quasi sempre — sotto, se scavi — la paura di non aver dato significato alla propria vita. Che chi non è stato al centro per trent’anni, quando gli danno improvvisamente attenzione, rischia di volersi mettere in mezzo più del necessario. Chi ha aspettato troppo a lungo la propria occasione, quando arriva, spesso la stringe troppo forte, e la rompe.
Non siamo immuni. Ci vediamo — quelli di noi che si conoscono da più tempo, se lo dicono a vicenda. Frena. Non parlare troppo. Non spingere. La cosa cammina anche se stai zitto una sera.
L’irruenza c’è. La superficialità c’è. La profezia che si autoavvera con dentro tutti gli errori possibili c’è. Non lo neghiamo — è la parte più difficile da tenere presente proprio nei momenti in cui va bene.
E però.
E però ci torniamo lo stesso, il giovedì sera. Perché sotto la fatica e sotto il rischio c’è una cosa che non avevamo davvero previsto: quanto è facile stare bene. Quanto è semplice sentire che la propria vita ha un significato, appena smetti di raccontarti che il mondo è contro.
Non è una scoperta filosofica. È una scoperta organica, come quando smetti di respirare male e ti accorgi di quanto stavi male senza saperlo.
E adesso sulle biciclette verso casa, la sera, alle undici, dopo una riunione finita bene — dopo che qualcuno che non aveva mai parlato ha parlato, dopo che di uno a cui non tenevi hai scoperto che ti fidi — la Vita non ci sfiora più via.
Ci sta accanto. Pedala insieme a noi. Un pezzo per uno.
Il Re del Mondo prova ancora, certo. Prova sui telefoni che vibrano in tasca. Prova nei minuti in cui non ci parliamo. Prova nei mesi in cui uno di noi torna a chiudersi.
Ma noi ora sappiamo dov’è la porta. E la porta è più semplice di quanto pensassimo per trent’anni.
È chiedere. È presentarsi. È dire sì. È dire ci sono. È lasciare che qualcuno ci risponda anch’io.
Voci raccolte, non autorizzate, di persone che si sono ritrovate a Castelfranco in una sera di luglio 2026.
