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Prateria

· scritto a Gozo, il 15 luglio 2025

Soundtrack: “Immensità” di Andrea Laszlo De Simone.


Abbiamo scollinato.

(Come dissi a Vincenti nel 2000.)

Non ce ne siamo accorti mentre camminavamo. Ce ne accorgiamo adesso, girandoci: la salita è tutta sotto. Il fiato che regola. L’aria che cambia. Un vento nuovo che arriva dall’altra parte.


Ora lo sappiamo: il Buena 2.0 — o come lo chiameremo — ripartirà. Piccolo, grande… un’immensità.


Cosa ci lasciamo alle spalle.

Un anno di sarà o non sarà. Eh, sì… mi ero detto: mi ci metto un anno. E un anno è passato.

I giovedì sera da cui ci lasciavamo gasati, sì, ma sempre con un amaro sotto: un non ce la faremo mai che oggi sappiamo essere un più immenso non ce la faremo di certo da soli. Ma con questi che si sono aggiunti, ma con questi giovani che chiedono di fare politica e tengono più a quello che al prezzo della birra. Ma con Emma, diciannovenne, che ti dice — senza esitazione — «penso globalmente, agisco localmente». E che poi aggiunge «non sento il bisogno di viaggiare», e sai benissimo che non ci crede nemmeno lei, ma ti si scioglie un po’ il cuore all’idea che oggi, a diciannove anni, qualcuno riesca ancora a dirtelo così. Ma con Angelica, che se ne esce con «né orizzontali né verticali» e ti apre il petto: una frase che in quattro parole scavalca trent’anni di dibattiti libertari, e te la butta lì con un entusiasmo che ti riaccende tutto quanto.

Le riunioni fatte in cucina in cui uno di noi parlava troppo. Il dubbio del prof che sa che quello che dice è giusto ma non ci crede lui. Le sere di solo tre persone al tavolo. I mesi in cui la voglia era di aprire una carta nautica e vedere il vento in Egeo.

E in mezzo alla fatica, senza che ce ne accorgessimo: i coetanei che ti provocavano proprio per spingerti a fare. I nuovi vicini di casa che avevano intuito che gli amici arrivano per fare cose. L’anziana dirimpettaia che dal balcone ti buttava lì, senza chiederti niente in cambio, un «bravi tosi!».

Tutto qui. Non era un Himalaya. Era la salita giusta per un gruppo di persone tra i quaranta e i sessanta che aveva perso di vista come si sta insieme.


Cosa vediamo davanti.

Una prateria.

Non un sentiero. Non un cartello che dice di qua per il Nuovo Buena, versione 2.0, apre a settembre 2027. Una prateria vera. Erba alta, mille direzioni possibili, orizzonte lontano.

Non abbiamo scollinato per fondare una cattedrale. Abbiamo scollinato per avere finalmente scelta.


Adesso decidiamo noi dove accamparci per la notte.

Accamparsi non è edificare. Non è cementare, non è comprare, non è iscriverlo in un catasto. È montare una tenda dove ci sembra bello — vicino a un ruscello se c’è, in mezzo agli altri se ci sono, sotto un albero se ci va.

Domani si vede. Se il vento cambia, si sposta.

Nessuno ci obbliga a restare per sempre in un punto della prateria solo perché ci abbiamo passato una buona sera.


Questa cosa qui — che il posto non ci vincola — è la stessa cosa che ci fa venire voglia di restare.

Perché l’unica forma di stare che alcuni di noi hanno davvero praticato è quella scelta di giorno in giorno. Sedici anni in barca sono sedici anni di ogni mattina scelgo se salpare o no. Se non hai salpato è perché volevi stare. Non perché non potessi.

Il Buena 2.0 vorremmo che fosse così. Un posto dove la gente resta perché sceglie di restare, non perché si è chiusa fuori dalla porta dell’alternativa. Un posto dove chi vuole ripartire riparte con un abbraccio, non con un giudizio.


L’orizzonte è sempre lì aperto.

Non come minaccia. Non come rifugio nascosto per quando le cose si mettono male. Come promessa: se un giorno di questi il pianoro non ci dirà più niente, si va. Chi in barca, chi in cammino, chi in un altro paese, chi con un abbraccio infinito a sua figlia, chi solo in silenzio nella propria cucina di sempre — ma libero di andarsene. E liberi di ritornare.

E chi lo dice che non torniamo, dopo. Chi lo dice che qualcun altro non arriva mentre noi siamo via, e allarga l’accampamento in un modo che noi non avremmo mai saputo immaginare.


E intanto, su tutto il resto, cala un po’ la voglia di andare via.

Domani chiameremo gli amici — italiani, stranieri — e per la prima volta da anni potremo farlo con un orgoglio nuovo. Vieni a Castelfranco. Sì, il paese è umido. Sì, è incementato. Ma proprio in mezzo al cemento è cresciuta una voglia di vivere sanissima, e vale la pena venirla a vedere.

Ospitarli, quegli amici. Presentarli a chi c’è. Non giustificarci più per il luogo — restituirlo, il luogo, per come sta diventando.


Adesso è sera.

È arrivata la sera per noi, dice la canzone che sta suonando. Nella canzone quella sera è la fine.

Per noi no. La sera che è arrivata per noi ha un fuoco in mezzo. E il fuoco è il segno che da domani, da domani, da domani — come ripete l’Andrea Laszlo — un’immensità ricomincia.

C’è chi ha portato la chitarra, chi ha portato il vino, chi ha portato il silenzio. C’è la prateria intorno.

Il Buena ricomincia — ma non come si comincia una fabbrica. Come si comincia un accampamento. Uno arriva, si siede vicino al fuoco, resta quanto vuole, dice quello che sente. Poi decide se pianta la tenda anche lui.

Vieni.

Se ti va di passare qualche notte con noi, la prateria è grande abbastanza.