Risvegli
Se penso al Buena penso a passione e passioni. Incontri, relazioni, riflessioni. Idee — e la realizzazione di un’idea.
E uno dei ricordi più nitidi mi torna senza che lo chiami: il festone balkanico.
Il festone balkanico
L’ho organizzato io, nel 2002. Forse non se lo ricorda quasi nessuno, perché quelli del Buena degli ultimi tre anni non sono più quelli di quella sera — ma è stato un soldout, il botto.
Lo dico contro ogni previsione, perché era un rischio, organizzare quella roba: la musica balkanica, una cena a tema cucinata in casa, l’esperienza che doveva tenere insieme tante cose insieme. Era la mia sfida personale: realizzare un evento che avevo in mente, dall’idea fino al piatto sul tavolo.
E avevo trovato il modo di comunicarlo. Non c’era ancora niente, all’epoca — niente social, niente algoritmo. Parlai con le radio, con i giornali. L’avevo fatto inserire perfino sulla Repubblica, sull’inserto Rock dell’anno.
Quel giorno, sclerata, ho cucinato anche tutta la cena balkanica. Da sola, e per tanti. Alla fine andò alla grande pure quella.
Pensarla, visualizzarla, concretizzarla
Stavo riflettendo: le cose che ho fatto al Buena, le ho fatte principalmente da sola.
E penso che il Buena fosse anche un modo proprio per certe persone, come la sottoscritta, per mettersi alla prova — sentirsi veramente competenti e abili nel realizzare una cosa dalla A alla Z.
Pensarla. Averla in mente, come un’idea. Visualizzarla. Immaginarla. E poi concretizzarla.
Quando ho riguardato le cose che ho fatto in quegli anni — locandine, contatti, numeri sul vecchio iPhone — non mi ricordavo nemmeno di averle fatte. «Cazzo, non l’ho mica fatto niente, io, al Buena.» E invece. Una marea di cose.
Però non ero da sola
Faccio adesso una riflessione che è arrivata dopo — riascoltando: questa solitudine era una percezione.
Per il festone avevo spolverato contatti, agganci, amici, conoscenze in zona Venezia. Avevo fatto portare la grappa, la rakija, da un triestino per la cena. Per cui alla fine — in realtà sei tu che coordini, che ha in mente la mappa, la macchina organizzativa. E questa è la cosa bella che ricordo: che sai con chi relazionarti. Conosci le persone utili per arrivare dove tu, da solo, non arriveresti.
La percezione di fare le cose da sola — quella sì. Ma le cose, da sola, non si fanno mai.
Una pasta mangiata in compagnia
Oggi ho fatto un pranzo, e mi è venuta in mente una cosa.
Perché alla fine, mangiare: è per nutrirsi, sì. Ma cosa c’è di bello nella varietà, nella ricchezza di scegliere gli ingredienti, di cucinare?
Quando ti nutri in compagnia degli altri, ti nutri non solo di cibo. Il cibo è relazione.
Il Buena era anche mangiare un piatto di pasta e pomodoro col tonno, sai, niente di che — ma era una pasta mangiata in compagnia. Può essere anche il pranzo più figo di questo mondo: l’importante è con chi lo condividi.
Connessione e sconnessione
Le parole chiave, allora? Riprovo a dirle, semplici, ripeto:
Confini e sconfinamenti. Passione e passioni. Relazione con sé e con gli altri. Incontri. Connessioni e sconnessioni. Concretezza, anche nei sogni. Visioni.
Sì. Visioni, mi piace.
Risvegli
E poi, una sola parola, se devo proprio tenerne una.
Risvegli.
Come il libro di Oliver Sacks — quello dei pazienti che, dopo decenni di incantamento nel sonno, si svegliano per un’estate sola.
Perché in tutte le nostre corse — reali, virtuali, e non — spesso ho come la percezione di essere dormiente nella veglia. E viceversa.
Risvegliamoci tutti, per carità.
— Giovanna F.
