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Risvegli

di Giovanna F. · scritto 2026-06-06 · racconta gli anni 2002 (festone balkanico) — 2026

Se penso al Buena penso a passione e passioni. Incontri, relazioni, riflessioni. Idee — e la realizzazione di un’idea.

E uno dei ricordi più nitidi mi torna senza che lo chiami: il festone balkanico.


Il festone balkanico

L’ho organizzato io, nel 2002. Forse non se lo ricorda quasi nessuno, perché chi ha frequentato il Buena negli ultimi tre anni di attività non c’era ancora a quella sera. Ma è stato un soldout, il botto.

Il rischio non era tecnico, era economico: rientrare delle spese. Il cachet del gruppo era più alto di quello che il Buena pagava di solito, e per portarlo a casa avevo dovuto discutere e negoziare con il direttivo — Sergio in primis.

Avevo trovato il modo di comunicarlo. Niente social, niente algoritmo, all’epoca. Parlai con le radio, con i giornali. L’avevo fatto inserire perfino sulla Repubblica, sull’inserto Rock dell’anno.

E quel giorno, sclerata, c’era anche da preparare la cena balkanica. Alla fine andò alla grande pure quella.


Pensarla, visualizzarla, concretizzarla

Stavo riflettendo: le cose che ho fatto al Buena, le ho fatte un po’ come si fa al Buena — convinta, ogni volta, di essere da sola. E penso che il Buena fosse anche un modo, per certe persone come la sottoscritta, per mettersi alla prova: sentirsi competenti e abili nel realizzare una cosa dalla A alla Z.

Pensarla. Averla in mente, come un’idea. Visualizzarla. Immaginarla. E poi concretizzarla.

Quando ho riguardato le cose che ho fatto in quegli anni — locandine, contatti, numeri sul vecchio iPhone — non mi ricordavo nemmeno di averle fatte. Possibile che non avessi fatto niente, io, al Buena? E invece. Una marea di cose.


Però non ero da sola

Faccio adesso una riflessione che è arrivata dopo — riascoltando: quella solitudine era una percezione.

Per il festone avevo rispolverato contatti, agganci, amici, conoscenze in zona Venezia. Avevo fatto portare la rakija da un triestino apposta, per la cena. Per cui alla fine — in realtà sei tu che coordini, che hai in mente la mappa, la macchina organizzativa. E questa è la cosa bella: sai con chi relazionarti, conosci le persone utili per arrivare dove, da solo, non arriveresti.

La percezione di fare le cose da sola — quella sì. Ma le cose, da sola, non si fanno mai.


Una pasta mangiata in compagnia

Oggi ho fatto un pranzo, e mi è venuta in mente una cosa.

Perché alla fine, mangiare: è per nutrirsi, sì. Ma quando ti nutri in compagnia degli altri, ti nutri non solo di cibo. Il cibo è relazione.

Il Buena era anche mangiare un piatto di pasta e pomodoro col tonno, sai, niente di che — ma era una pasta mangiata in compagnia. Può essere anche il pranzo più figo di questo mondo: l’importante è con chi lo condividi.


Connessione e sconnessione

Le parole chiave, allora? Riprovo a dirle semplici:

Confini e sconfinamenti. Passione e passioni. Relazione con sé e con gli altri. Incontri. Connessioni e sconnessioni. Concretezza, anche nei sogni. Visioni.

Sì — visioni, mi piace.


Risvegli

E poi, una parola sola, se devo proprio tenerne una.

Risvegli.

Come il libro di Oliver Sacks — quello dei pazienti che, dopo decenni di incantamento nel sonno, si svegliano per un’estate sola.

Perché in tutte le nostre corse — reali, virtuali, e non — spesso ho come la percezione di essere dormiente nella veglia. E viceversa.

Risvegliamoci tutti, per carità.

— Giovanna F.