La mappa
Mettila prima di iniziare. È un brano di nove minuti — un dialogo dell’autore con sé stesso che non si chiude mai del tutto, esattamente come quello che leggerai qui sotto.
La mappa
Come fai a raccontare di un posto in cui sei stato da giovane senza che sembri nostalgia? Se è stata una bella storia, il rimpianto è in agguato. Se è stata difficile c’è il rimorso, il conto in sospeso. In entrambi i casi sembra che il passato abbia sempre l’ultima parola.
Forse dipende da come decidiamo di guardare.
Avevo diciotto anni quando sono entrato al Buena per la prima volta. Avevo ancora quell’energia necessaria per vedere le cose in bianco e nero — a diciott’anni siamo tutti manichei. Abbastanza per credere che la storia con la maiuscola, la grande storia fosse l’unica prospettiva che conta. Ventotto anni dopo e coi cinquanta all’orizzonte, sono convinto del contrario. Che forse altrettanto importante è il rovescio: non che la Storia siamo noi, ma che noi siamo la storia. Anzi, le storie, quelle con la s minuscola. Tante, piccole, intrecciate, non sempre lineari. Ognuno di noi è la sua storia e quelle storie sono tutto quello che abbiamo.
Il Buena era un posto, sì. Ma il posto era strumentale. Un mezzo, non il fine. Lo scópo — direbbe Checco — erano le persone. E quel che è stato, e in un certo senso è ancora, sono le persone che ci sono passate. Le loro vite, i loro progetti, le loro famiglie, i figli nati da incontri cominciati al bancone del bar. Tutto quello che quelle persone hanno potuto essere lì dentro, e di conseguenza anche dopo.
Al Buena ci finivi immerso senza averlo deciso. Centinaia di persone che giravano, che arrivavano da fuori, che avevano altri mondi addosso. Un brodo di coltura in cui succedevano cose che nessuno aveva pianificato. Massenzio diceva che la scoperta dell’alterità è mediata dalla continua riscoperta di sé stessi: non ti conosci davvero se non ti metti a reagire con quello che sono gli altri. Il Buena era il posto di quella reazione, ogni volta moltiplicata per centinaia di persone diverse davvero, non per modo di dire. Metteva insieme tutto quel materiale umano senza una formula preordinata che decidesse chi dovevi incontrare. Ci dava il ritmo invece dell’algoritmo.
Da ognuna di quelle persone, negli anni, sono cresciuti dei rami. Per concordanza o per contrasto, paralleli o divergenti, ma con qualcosa in comune. Costruiti con mattoni impastati e cotti in quella fucina. Ci sono centinaia, forse migliaia di persone che oggi non sarebbero dove sono, come sono, chi sono, senza quell’esperienza. Alcune lo sanno, lo riconoscono, lo chiamano per nome. Altre no. Ma è lì, dentro le scelte che hanno fatto e le persone che sono diventate.
Per un po’, dopo la chiusura, ho fatto fatica a orientarmi. Non fisicamente. In quel senso più sottile in cui un posto ti serve da mappa, da punto di riferimento da cui misuri dove sei, in cui torni quando ti perdi. Poi ho capito che la mappa non era sparita. Si era distribuita nelle persone. Nei rami, nelle vite che continuavano.
Ecco perché cerco di pensare non a quel che il Buena era, ma a quello che è. Un capitolo non è mai del tutto chiuso, perché ognuna delle storie di chi c’era continua a scriversi. Il cerchio si chiude con più modestia di allora e forse un po’ più di consapevolezza: quella bella storia siamo noi.
E non mi chiedo più se nel frattempo ognuno di noi ha trovato la propria risposta — su cos’era il Buena, su chi eravamo, su chi siamo. Invece spero, e forse lo dico soprattutto per me, che non abbia smesso di cercarla.
— Matteo V.
Nota di redazione: Matteo V. era già di casa in questa pagina. La citazione di De Gregori che apre Voci — «La storia siamo noi, nessuno si senta offeso» — fu lui a sceglierla per il sito del Buenaventura nel 2001, a vent’anni. Venticinque anni dopo, qui sopra, la rovescia. Continua a scrivere su Substack.
