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Il mondo di ieri

· scritto 2026-06-03 · racconta gli anni 2008-2020

Leggilo con la stessa canzone in testa. O un’altra. Più bassa.


Stessa isola. Anni dopo.

Sull’ancora di Arki, la radio della taverna in greco, gracchiante, dava la notizia che le banche americane erano cadute. Era il 2008. Sulla terrazza, due pescatori, una bottiglia, ascoltavamo. Pensavo: si risolve. Si risolve sempre.

Non si è risolto.


Negli anni dopo la Grecia, che mi aveva ospitato sull’acqua per stagioni intere, è andata sotto. Tagli alle pensioni. Ragazzi di vent’anni che andavano via per fare i camerieri a Berlino. Vecchi in fila in farmacia per medicine che non c’erano più. Il referendum di Tsipras, il NO, e poi la sottomissione. Lo guardavo dalla murata della mia barca, mentre il paese che mi accoglieva mi sprofondava sotto i piedi.

Tacevo.


Poi sono arrivati i giubbotti salvagente.

Arancioni. Galleggiavano nei canali di Patmos, di Leros, di Kos. A volte uno. A volte cinque. A volte una scia. Nei porti di Lesbo li ho visti ammassati, montagne arancioni messe ad asciugare al sole.

Un bambino sulla spiaggia. Una sola fotografia, e tutta Internet aveva imparato un nome.

Tacevo.


Vivevo nel Regno Unito. Per anni ci ho pagato le tasse. Ero residente, le carte in regola. Nel 2016 ho visto, dal di dentro, una nazione decidere di chiudersi. Take back control. Una bugia ripetuta sopra un autobus rosso. Lo sapevo che era una bugia. Lo sapevamo tutti.

Io tacevo.


Stefan Zweig, Il mondo di ieri, lo scrisse in un cottage di Petrópolis mentre l’Europa di cui era nato bruciava. Finì il libro. Lo spedì all’editore. Si suicidò con la moglie. Aveva capito troppo, da fuori, troppo tardi.

T.S. Eliot, in Prufrock: Do I dare / Disturb the universe? No. Non osavo. Avevo una scusa pronta: chi sono io per dirlo. Vengo da scuole basse. O da scuole alte ma sempre da tecnico — una laurea in Statistica ed Economia che mi aveva insegnato a misurare, non a parlare. Pensavo che parlare fosse di altri. Degli intellettuali, degli scrittori, di quelli che sanno scegliere la parola giusta.

Bartleby, lo scrivano di Melville, rispondeva I would prefer not to. Lo trovavo elegante.

Adesso lo so: non era elegante. Era una resa.


E la cosa peggiore.

Tacere — proprio quello — era il favore più grande che potessi fare a chi non voleva sentirmi parlare. Mi auto-escludevo, e di fianco arrivavano gli applausi. Bravo. Resta sulla tua barca. Resta sulla tua isola. Lascia a noi i conti.

E i furboni facevano i conti. E li facevano male.

E io guardavo.


Non era solo senso di colpa per uno che gode mentre altri soffrono. Quel senso lì si gestisce. Si dona un po’, si va a votare, si firma una petizione, si dorme.

Quel che non si gestisce è la consapevolezza fredda di aver firmato — con il proprio silenzio — la propria irrilevanza. Di aver detto: non sono io quello. Di aver lasciato fare.

A un certo punto questa cosa qui non te la togli più dal corpo.


Per quello sono tornato.

A Castelfranco Veneto. Trentamila abitanti, città che non amo come posto. Per smettere di tacere. Per stare seduto in mezzo agli altri e non avere più la barca per uscire dalla conversazione.

Il Buena lo facciamo ripartire perché qui, in questa rotonda, in questo Accademico, in questo capannone di Via Circonvallazione Ovest, le parole hanno un destinatario. Lo vedi in faccia. Lo conosci. Non puoi fingere di non averlo visto.


Il 7 giugno il Buena ricomincia.

Vieni anche tu.

Anche se non hai mai sentito di poter parlare.

Soprattutto se non hai mai sentito di poter parlare.