Dalle idee all'azione — 4 luglio 2026

Il resoconto del 4 luglio 2026 alla Sala Mostre della Barchessa Zorzi a Riese — 28 persone attorno al tavolo, tre dibattiti di principio, Paul Bogen tornato dopo ventun anni, i primi gruppi di lavoro (le commissioni) nate a fine giornata.

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In una frase

Sabato 4 luglio 2026, Sala Mostre della Barchessa Zorzi (Riese TV). Ventotto persone attorno al tavolo per quattro ore, tre dibattiti di principio, Paul Bogen dall’Inghilterra ad aprire il pomeriggio, e alla fine della giornata cinque commissioni operative con i loro partecipanti nominati.

Il cerchio della Barchessa Zorzi — cartellone “cosa vorresti oggi?” ancora appeso alla parete


Prima delle 16 — il caffè in giardino

Chi si è preso la briga della logistica arriva in anticipo alla Barchessa. Paul Bogen, ospite dall’Inghilterra, è già in città da un paio di giorni e si unisce per il caffè nel giardino sul retro. Un momento di raccordo prima che la sala si riempia.

Paul Bogen (camicia arancione) al caffè in giardino, poco prima dell’apertura. A sinistra Shafiq


16:33 — apertura, e la parola a Paul

Paul Bogen apre il pomeriggio con un intervento breve, con traduzione simultanea di Emma dal vivo.

Ventun anni fa Paul era già stato a Castelfranco, per il 59° meeting Trans Europe Halles del 2005 ospitato dal Buenaventura. Alla fine di quel meeting aveva lasciato al Buena una riga — «i filosofi e i politici passano la maggior parte del loro tempo a parlare e discutere di cosa non va nel mondo, quando l’importante è cambiarlo». Il 4 luglio 2026, quella riga è tornata di persona.

E la prima cosa che ci racconta è quella festa. Il meeting TEH del 2005 al Buena aveva 70-80 delegati da tutta Europa. L’ultima sera si è finita con una festa, e Paul aveva fatto il DJ. «It was a really wild party», ricorda. «E poi ho scoperto che tutte le feste al Buenaventura erano così.»

Paul ricorda anche, in un altro passaggio: «mi toccò parlare con una signora molto noiosa — era la sindaca».

Poi il suo mestiere: quarant’anni nella cultura — DJ, attore, comediante, direttore di teatro, produttore musicale. Vent’anni alla guida di un centro culturale in Inghilterra con 150 persone di staff e 500 eventi l’anno — rave notturni, concerti, comedy, teatro. Poi una società di consulenza per centri culturali europei — circa 200 organizzazioni in quasi tutti i paesi.

«Ho deciso di dirvi oggi cosa non dovete fare», apre. Tre regole.

Uno: non ascoltate nessun esperto

«In quarant’anni ho imparato che ogni progetto è individuale. Non ce ne sono due uguali. Ognuno ha la sua realtà, la sua cultura, la sua situazione finanziaria e politica. Non c’è una formula.

Non guardate cosa fanno gli altri centri culturali e non copiate. Decidete cosa volete VOI. E siate abbastanza testardi da tenere il punto — perché la gente vi dirà che dovete fare così o cosà.»

Due: non mescolatevi con i politici

«Tanti progetti muoiono perché quando le cose diventano difficili la gente molla. Dovete essere un po’ rotture di scatole. Perché se sei una rottura di scatole, spesso la gente dice: “oh dio, sono qui di nuovo — diamogli quello che vogliono così se ne vanno”. Se sei una rottura di scatole, la gente ti lascia in pace.»

La storia del teatro da dieci milioni

«Quando gestivo quel grande centro culturale, dopo dieci anni ho capito che serviva un nuovo teatro. Non avevamo soldi. Non avevamo spazio. Un giorno sono entrato dalla mia squadra e ho detto: “costruiamo un teatro”. Tutti hanno detto: “Paul è pazzo”. Ma ho continuato a dirlo a tutti — imprenditori, politici, chiunque incontrassi: “stiamo costruendo un teatro”. Cinque anni dopo abbiamo aperto un teatro da dieci milioni di euro.»

«If you believe in something and you tell people it’s going to happen and you want it to happen, usually it happens.»

«Se ti concentri su ogni problema, ogni difficoltà — non succede niente.»

Tre: non parlate troppo

«So che siete italiani, e questo può essere difficile. Ma c’è un tempo per parlare e un tempo per fare. Parlare è facile, e costa poco. Fare è quello che è difficile. A volte devi fare senza sapere se quello che stai facendo è giusto o no.

Non passate un anno, due anni, a parlare. Andate e fate qualcosa. Anche se non avete uno spazio. Perché uno spazio sono solo quattro muri e uno spazio. Quello che è importante sono le persone. È tutto per le persone, per le persone, per le persone. Non fanaticamente — ma per le persone.»

📖 Read Paul's speech in English — draft, awaiting Paul's revision

This is our best-effort draft. Paul will send his own revised version, which will replace it.

Ok, hello everybody. My name is Paul. You may be wondering why an old English man is standing here. I was here 21 years ago. We had a Trans Europe Halles meeting — 70 or 80 people from all over Europe came to Castelfranco to give advice to Buenaventura. And what I remember most about that meeting is that we had a party on the last night, when I was DJ. And it was a really wild party. Then I discovered that all the parties at Buenaventura were like that.

The purpose of the meeting was to figure out how Buenaventura could develop as a cultural centre. We had lots of new ideas, we had our meeting, we left — and not long after, Buenaventura closed. So they didn’t get to carry through what we’d worked out.

Paul also mentions, separately: «I had to talk to a very boring lady — she was the mayor.»

A few months ago Francesco told me you were thinking of starting a new cultural centre here. He asked if I’d come and help. I said no. I’ve worked in culture for 40 years — DJ, actor, comedian, theatre director, music producer. I ran a cultural centre in England for about 20 years, 150 people on staff, 500 events a year — all-night raves, concerts, comedy, theatre. Then I set up a company with a friend, advising people who wanted to create cultural centres across Europe. We’ve worked in almost every European country except Albania, Moldova and Georgia — with about 200 cultural organisations and artists.

So I’ve decided today to tell you what not to do.

First: don’t listen to any expert. What I’ve learned in 40 years is that every project is individual. No two are the same. Each has its own reality, its own culture, its own financial situation, its own political situation. There is no formula. Don’t look at other cultural centres and copy what they do. Decide what you want, and how you want to do it. And be stubborn enough for it, because people will tell you you have to do this, or that.

Second: don’t get mixed up with the politicians. Everyone has their own motivation. Many projects fail because when things get difficult, people give up. So — you need to be a bit of a pain in the ass. Because if you’re a pain in the ass, people often say “oh god, they’re here again, we have to give them what they want just to make them go away.” If you’re a pain in the ass, people leave you alone. They say “ok, let them do what they want.”

Let me tell you one story before I finish. When I was running that big cultural centre, after 10 years I realised we needed a new theatre building — we only had one space, and it wasn’t enough. So I decided to create another space, for theatre, dance, comedy, concerts. We had no money. We had no space. And one day I walked in to my team and said, “we’re going to build a theatre.” Everyone said, “Paul is crazy.” I kept telling everyone I met — business people, politicians, whoever — “we’re going to build a theatre.” And five years later, we built a €10 million theatre.

The point is: if you believe in something, and you tell people it’s going to happen, and you want it to happen — usually it happens. If instead you focus on every problem, every difficulty — nothing happens.

And finally: don’t talk too much. I know you’re Italian and this may be hard. But there’s a time to talk and a time to do. Talking is easy and cheap. Doing is what’s difficult. Sometimes you have to do without knowing whether what you’re doing is right or wrong.

Don’t spend a year, two years, talking. Go and do something. Even if you don’t have a space. A space is just four walls. What matters is the people. It’s all for the people, for the people, for the people. Not fanatically — but for the people.

Thank you.


17:00 – 20:00 — i tre dibattiti di principio

Il pomeriggio si è organizzato in tre dibattiti di principio, in cerchio, partendo dall’ipotesi concreta di «uno spazio aperto quotidianamente»:

  1. Governance — come prendiamo le decisioni, con quale legittimazione, con quale equilibrio fra assemblea e direttivo
  2. Sede-Spazi e sostenibilità / Risorse umane — chi tiene aperto uno spazio quotidiano, con quali ruoli, con quali equilibri che durano nel tempo
  3. Sede-Spazi e sostenibilità / Risorse economiche — come si finanziano le spese di uno spazio quotidiano, da quali fonti, con quale mix che dura nel tempo

Su questi tre temi nessuno è arrivato con le risposte pronte in tasca. Si voleva sentire la sala. La sala ha parlato.

Il cerchio della discussione — flipchart alle spalle del facilitatore con gli appunti dei tre temi

Sono tre dibattiti “di principio”, non di dettaglio: nessuno ha portato numeri, cifre di affitti, tabelle turni. Si è cercato di dire, prima di ogni altra cosa, con quali regole ci diamo. Le decisioni pratiche derivano da qui. Anche per questo l’assemblea ha scelto — come già annunciato in apertura — di stare in un cerchio unico, e non di dividersi in tre sotto-tavoli. I temi si sono attraversati tra loro: parlare di governance ha portato a parlare di ruoli, parlare di ruoli ha portato a parlare di soldi, parlare di soldi ha riaperto la governance. Qui li restituiamo separati per leggibilità — sapendo che dal vivo era un unico filo.

Governance — «prima si decide come si decide»

L’apertura del dibattito arriva da Sergio, con un ricordo del vecchio Buena: la contrapposizione — negli anni Novanta — con un altro gruppo che voleva fare un centro sociale.

«Loro volevano decidere portando la maggioranza su ogni cosa. Noi avevamo il parere che bisognava tentare di arrivare all’unanimità, o almeno una condivisione di ogni scelta, in modo che nessuno diventasse minoranza. Certo che è molto più facile andare per votazioni, però il rischio è sempre che qualcuno rimanga fuori. È molto più lungo andare a smiscelare ogni tema fino in fondo, in modo che tutti possano dire la loro. Magari l’ultima osservazione, la persona più timida — è quella che ha preso a fondo la questione.»

📖 Leggi l'intervento integrale di Sergio

Ricomposto dalle registrazioni ambient del pomeriggio (Mazza 18:12 e 23:46). Sergio è uno dei fondatori del Buenaventura 1.0 ed è stato Presidente di Archè APS fino alla chiusura del 2007-2008.

L’apertura del dibattito Governance — l’esperienza fondativa

«La condivisione proprio del modo di fare, di come si va a decidere di fare le cose, era importantissimo. E abbiamo discusso a lungo sulle scelte. C’era un altro gruppo che voleva fare un centro sociale con le “due ghiaghe” — loro volevano decidere portando la maggioranza su ogni cosa. Noi avevamo il parere che bisognava tentare di arrivare all’unanimità, o almeno una condivisione di ogni scelta, in modo che nessuno si trovasse, diventasse minoranza e cose del genere.

Certo che è molto più facile andare per votazioni. Però il rischio è sempre che qualcuno rimanga fuori. È molto più lungo andare a smiscelare ogni tema fino in fondo, in modo che tutti possano dire la loro. Magari l’ultima osservazione, la persona più timida — è quella che ha preso a fondo la questione.

Avevamo anche poi elaborato gli statuti che avevano questa caratteristica proprio nei principi: tentare a tutti i costi di arrivare a una condivisione. Però è un tema sempre caldo, capite. Se noi andiamo a costruire un gruppo o più gruppi che lavorano e tentano di lavorare insieme, anche questa è una scelta da fare su come è opportuno comportarsi e fare.»

Sul volontariato: meno scambio di denaro, meglio è

«Il volontariato non è solamente una prestazione a titolo gratuito. Bisogna vedere quanto scambio ci può essere — meno scambio di denaro forse c’è, meglio è. Può essere gratificante comunque.»

A fine giornata — la questione Buenaventura APS

Come nota conclusiva, non prima registrata durante i dibattiti ma aggiunta in coda alla giornata:

Buenaventura APS esiste ancora, con un vecchio direttivo pronto a dimettersi. Tutti quelli che vogliono riassociarsi potranno andare a eleggere un nuovo direttivo. Sarà un tema da portare all’assemblea generale di settembre — primo o ultimo punto in agenda. C’è anche un discorso di costi sullo statuto: si risparmia in ogni caso, perché se si tiene l’associazione si paga solo la modifica dello statuto. Se dovessero avere un altro nome, cambia l’identità.

Anna riprende e formalizza il metodo:

«Prima si decide come si prendono le decisioni. Poi si prendono le decisioni. Se ho capito bene, caro Sergio, se facciamo delle pratiche libertarie oppure no. Cioè orizzontalità, ricerca di unanimità. La base è l’assemblea. Potrebbe esserci un piccolo gruppo che è esclusivamente esecutivo, mentre le decisioni si prendono in assemblea. E si cerca l’unanimità anziché la maggioranza.»

E la definizione operativa di che cosa vuol dire “cercare l’unanimità”:

«Se ci sono dei pareri discordanti si cerca la soluzione di sintesi. Che non soddisferà tutti — ma che non lascerà nessuno insoddisfatto.»

📖 Leggi l'intervento integrale di Anna

Ricomposto dalla registrazione ambient (Mazza 18:12). L’intervento di Anna è secco e centrale: pochi passaggi, ognuno una definizione.

«Prima si decide come si decide»

«A mio avviso, prima si decide come si prendono le decisioni. Poi si prendono le decisioni.

Se ho capito bene, caro Sergio — se facciamo delle pratiche libertarie oppure no. Cioè orizzontalità, ricerca di unanimità. Non cose pratiche in questo momento — ma come si decidono le cose pratiche. Io sarei per pratiche libertarie.»

La struttura operativa proposta

«Orizzontalità. Cioè si decide tutti insieme. Come? La base è l’assemblea. Potrebbe esserci un piccolo gruppo che è esclusivamente esecutivo — mentre le decisioni si prendono in assemblea. E si cerca l’unanimità, anziché la maggioranza.»

Cosa vuol dire cercare l’unanimità (definizione operativa)

«Cercare l’unanimità vuol dire che, se ci sono dei pareri discordanti, si cerca la soluzione di sintesi. Che non soddisferà tutti — ma che non lascerà nessuno insoddisfatto.»

Angelica apre la posizione di mezzo — che tornerà spesso nel pomeriggio:

«Mai né orizzontali né verticali. Che vuol dire: né una piramide in cui a capo c’è anche solo un gruppo o una persona. Ma neanche un’orizzontalità del tipo “tutti hanno l’opportunità di dire l’universo”. Se decidiamo di aprire un bar dentro, di aprire un’aula studio dentro — magari ci sono delle persone che hanno cura di quel luogo là. Quel gruppo lì, poi, nel momento in cui ci si fa l’assemblea grande, ha un po’ più di voce in capitolo, tra virgolette, avendo cura dello spazio, conoscendo meglio quello spazio.»

📖 Leggi l'intervento integrale di Angelica

Ricomposto dalle registrazioni ambient del pomeriggio (Mazza 18:12 e 23:46), con pulizia dei typo Whisper. Angelica è intervenuta più volte — sulla governance, sui gruppi di cura degli spazi, sul lavoro sporco condiviso, sulla mappa concreta delle disponibilità.

Il metodo — «mai né orizzontali né verticali»

«Prima bisogna decidere come si decide, e poi decidere sulla base di quello. Tutto qua. Qualcuno che non è dei vecchi — perché se no…

A me piace tanto una frase che mi viene detta spesso, soprattutto quando parliamo a livello del nostro collettivo — magari me la dicono ragazzi più grandi, che hanno un po’ più di esperienza di me. La frase è: mai né orizzontali né verticali. Vuol dire né essere una piramide in cui a capo c’è anche solo un gruppo, una persona, una cosa del genere. Ma neanche orizzontali del tipo “tutti hanno l’opportunità di dire l’universo”: nel senso che se arriva una persona nuova con un’idea di conduzione di certe dinamiche, magari ci si pensa un attimo prima di…

Mi piace tanto l’idea di parlarne tanto, sviscerare i problemi, non lasciare fuori nessuno — perché è lasciando fuori le persone che poi le persone se ne vanno e muoiono i progetti.»

Gruppi di cura, non gerarchie: bar, aula studio, orto…

«Se decidiamo di aprire un bar dentro, di aprire un’aula studio dentro — magari ci sono delle persone che hanno cura di quel luogo là. Un gruppo che ha cura del bar. Quel gruppo lì, poi, nel momento in cui ci si fa l’assemblea grande e si parla anche delle problematiche o delle cose che riguardano quello, ha un po’ più di voce in capitolo — tra virgolette — avendo cura dello spazio, conoscendo meglio quello spazio.

Stessa cosa per l’aula studio: se bisogna risolvere una problematica riguardante l’aula studio — come la facciamo, dove la facciamo, che ora apre — le persone che vivono l’aula studio e che la gestiscono hanno un po’ più di voce in capitolo. Al di là di quello, comunque, ognuno ha la sua esperienza e la sua cosa da dire.

Si sta sempre un po’ nell’orizzontalità che diceva Anna, ma con dei punti definiti che comunque hanno in gestione cose pratiche — un bar, un’aula studio, un determinato settore — e poi si trovano tutti insieme per le decisioni che coinvolgono tutti.»

Il lavoro sporco condiviso, per non creare gerarchie

«Faccio un esempio: se mi mettessi io a fare dei compiti finanziari, a gestire il lato economico di questa cosa, probabilmente affosserei la finanza. Quindi è chiaro che bisogna chiamare delle persone competenti. Però condividendo tutti il lavoro sporco e imparando tutti — perché magari quella persona che si occupa sempre di quella cosa, alla lunga le pesa fare sempre quella cosa. Quindi se tutti imparano è anche meglio.

Il rischio della creazione di gerarchie è molto facile. Se ci sono persone che sanno già fare delle cose, è giusto che le persone che non le sanno fare vengano subito messe in gioco — in modo da imparare, per evitare che si crei una gerarchia.»

Accoglienza come parola precisa

Nel dialogo con un altro partecipante che le rimanda un’immagine:

«— Mentre parlavi, a me viene in mente una parola precisa: accoglienza. Sai fare bene, non sai fare bene — lo stesso ti accogliamo, e partecipi anche alle decisioni. — Sì, esattamente questo.»

La mappa concreta della disponibilità (nel dibattito sulle risorse umane)

Quando emerge la domanda «una persona che apre alle 8 di mattina e chiude alle 4 di notte, magari è una cosa un po’ diversa. Come ci arriviamo?», Angelica risponde con la mappa concreta:

«Secondo me dovremmo un po’ conoscere qual è la disponibilità concreta di tutti, avere un piano di questa cosa qua. Io per esempio adesso dovrei frequentare l’università, ma dovrò trovarmi un lavoro per pagarla. Ma se questa cosa mi entusiasma, anche se dovrò fare la cucina, il cesso, quello che è — sarà un piacere farlo. L’unico mio problema sarà avere la macchina: quando avrò la macchina potrò farlo tranquillamente, anche se non dovessi dormire la notte.

Se tutti conoscessimo le disponibilità di tutti, sarebbe più facile. Adesso non abbiamo idea di quante persone servono per delle cose di base. Farvene fuori qua la disponibilità sarebbe interessante per avere una base di conforto e poter andare avanti. Però è difficile fare questo se non c’è il progetto di quello che si vuole fare, se non c’è il luogo dove si vuole andare.»

Da una compagnia teatrale che ha attraversato una traiettoria simile, l’onestà sulla vecchia esperienza — Simone (della compagnia Anagoor e del loro spazio Conigliera):

«Siamo una compagnia teatrale che ha gli stessi anni del Buenaventura. Faccio anche fatica a dirlo — perché mi sono trovato più volte a esercitare carisma o imporre una visione. E queste cose sono sempre un po’ pericolose. […] Bisogna distinguere quelli che sono i ruoli di produzione culturale da quelli — quando fai un’associazione grande — che sono i ruoli di servizio. Noi li avevamo assolutamente sbagliati all’inizio. Un conto è quello che pulisce sempre, un conto è quello che sta al bar, un conto è quello che scrive poesie tutto il giorno.»

Il rischio delle “gerarchie che si formano da sole” viene chiamato per nome:

«Se ci sono persone che sanno già fare delle cose, è giusto che le persone che non le sanno fare vengano subito messe in gioco — in modo da imparare, per evitare che si crei una sorta di gerarchia. Il rischio è la creazione di gerarchie, che sono molto facili da creare.»

📖 Leggi l'intervento integrale di Simone (Anagoor / Conigliera)

Ricomposto dalle registrazioni ambient del pomeriggio (Mazza 18:12 e 23:46), con pulizia dei typo Whisper. Simone è intervenuto più volte nel corso della giornata — governance, casa teatro, modello tedesco, spazio conviviale, buco di territorio. Qui i suoi passaggi ricomposti in prosa unica.

Sul buco di territorio: manca una sala alternativa al Teatro Accademico

«L’area della Castellana è deficitaria di una sala alternativa al Teatro Accademico. E non può essere sempre con la compensazione della parrocchia. È anche una questione politica: ce la accogliamo noi questa cosa, oppure invece la deleghiamo — e si spinge perché siano il Comune, o i Comuni, ad adottarsi di questo? Al di là di dove ci porta questa discussione, secondo me è il metodo migliore — soprattutto in un momento in cui non siamo nemmeno sicuri di che forza dobbiamo mettere in campo, in che ambiti. Sappiamo però che abbiamo delle idee generali abbastanza fisse su quattro o cinque argomenti.»

Sull’esperienza contraddittoria della compagnia

«Porto un’esperienza. Anche contraddittoria negli altri. Perché noi siamo una compagnia teatrale che ha gli stessi anni del Buenaventura. So che ci siete ancora — e come idea, come spirito, il Buena non è stato sepolto.

La questione per noi è sempre stata contraddittoria all’interno, perché abbiamo in qualche modo pigiato l’acceleratore su aspetti artistici e di posizionamento della compagnia — per uscire da una dimensione provinciale. Una questione di urgenze artistiche e politiche: volevamo dire delle cose in questa terra, volevamo dirle non solo in Veneto, volevamo dirle anche fuori. Parlare del paese da un punto di vista marginale, con una prospettiva.

Più di una volta quello che si era pensato come collettivo, collettivo non era. Faccio anche fatica a dirlo perché mi sono trovato più volte a dover esercitare il carisma o riporre una visione — e queste cose sono sempre un po’ pericolose. Siamo migliorati nel tempo, però: le macro-decisioni di compagnia, la gestione del lavoro, le scelte economiche sono tutte condivise. Il regime economico è sempre stato paritario. Ma l’aspetto della direzione artistica — quello sfuggiva all’orizzontalità.

Aderirei totalmente all’orizzontalità in linea di principio. Ma non è facile parlarne dall’interno.»

Sul rischio delle gerarchie che si formano da sole

«Bisogna distinguere quelli che sono i ruoli di produzione culturale da quelli — quando fai un’associazione grande — che sono i ruoli di servizio. Noi li avevamo assolutamente sbagliati all’inizio. Poi abbiamo capito che bisogna dare valori diversi. Perché un conto è quello che pulisce sempre, un conto è quello che sta al bar, un conto è quello che scrive poesie tutto il giorno.

Quando si parla di avere dei compartimenti stagni — persone con più esperienza che sanno fare delle cose, e quindi si affida a loro quel compito — per me dovrebbe essere una cosa contemporanea. Nel senso che, quando si decide di fare una cosa orizzontale, se l’obiettivo di un centro sociale è avvicinare le persone a una comunità, l’obiettivo sarebbe sì far funzionare le cose, ma anche includere le persone. Perché se ci sono compartimenti stagni, è giusto che le persone che non sanno vengano subito messe in gioco — in modo da imparare, per evitare che si crei una gerarchia. Il rischio della creazione di gerarchie è molto facile.»

Sulla casa teatro e il rimorso

«Per noi è stato un sogno. La casa teatro l’abbiamo trovata. Però eravamo io e lui, siamo io e lui a mantenere lo spazio, ed è difficilissimo. Ha smesso di aprirsi al pubblico perché non eravamo in grado di sostenerlo. Da un lato c’era la questione dell’impegno artistico — e ci siamo resi conto che non riuscivamo a splittare le due funzioni: il lavoro sul territorio + il mantenimento di uno spazio + il portare avanti un progetto artistico. Quindi abbiamo progressivamente mollato, con un senso di rimorso costante. Poi ci sono le questioni pratiche del nostro benessere, della dignità, della pulizia — non riuscivamo a mantenere, e delle volte veramente ai minimi.»

Sul restringimento imposto alle arti performative

«Considerate che c’è anche una sorta di restringimento dello spazio a cui le arti performative sono state spinte. La musica forse ce la fa, e comunque limita il pubblico perché restringe lo spazio. Ma la dignità della danza e del teatro sarebbe garantire la loro espressione collettiva — invece ti riduci, e questo è quello che il mercato territoriale veneto ha preteso. Questo spezza la possibilità di un’arte collettiva che dovrebbe rimanere tale. Ecco, soltanto perché hai dalle 3 alle 15 persone in più, hai bisogno di uno spazio — perché sono due collettività, altrimenti una si spegne dentro l’altra. Non è obbligatorio pensare a questo come prima cosa da fare, ma una struttura più grande — a cui danza e teatro hanno esigenza di accedere — ne beneficia anche la musica.»

Sulla perdita del contatto con gli adolescenti (Conigliera in campagna)

«La Conigliera è bellissima, in campagna, remota. Ma noi abbiamo perso progressivamente la possibilità di lavorare con gli adolescenti, quando la scuola non ha più avuto risorse per garantire l’attivazione dei laboratori. Non ci raggiungono al pomeriggio — la fanno perché a Resana. Ecco, quindi è un posto che si può — ma c’è questa linea in mezzo al cammino. Sarei d’accordo con l’idea itinerante di partenza: prima si può stare fuori, si può programmare cose itineranti, si va con passaggio, si iniziano a fare cose. Anche perché così si mappa dove sono le difficoltà.»

Sul modello tedesco: cucina separata dal bar

«Noi da una decina d’anni andiamo in Germania a produrre, e ci capita molto spesso di stare in centri culturali e sociali come ospiti. E lo spazio conviviale è sempre separato dal bar. Non è lo stesso luogo. C’è la cucina — dove mangiano gli ospiti, mangiano quelli che abitano, mangia chi transita — e non è lo stesso spazio del bar. L’apertura del luogo è mantenuta, ma il bar non è sempre aperto, perché lì c’è il servizio, mentre nella cucina ti puoi autogestire.

In un posto della Germania — ex Germania dell’Est, dove eravamo con Mauro — venivano addirittura dei cuochi volontari da fuori. Cucinavano per chi abitava dentro, per gli ospiti, per il pubblico dei concerti.

E poi c’è quello che ha fatto Makroscope a Mülheim: un mutuo per acquisire un ex albergo in centro città — che un tempo era stato la sede del capitolo nazista — e ne hanno fatto un centro culturale con sala espositiva, musica elettronica, spazi in affitto, e appartamenti dove una coppia con bambino vive continuativamente. Il teatro dove andiamo a produrre affitta loro l’appartamento per noi: quello garantisce un sostegno continuo per un anno.»

Sul cuore conviviale (a proposito di quello che dovrebbe stare al centro)

«Per esperienza abbiamo una storia fatta di paste, insalate, tante paste fritte. Quando ci muoviamo cuciniamo, e lo spazio più usato della Conigliera è la cucina. È veramente il luogo dove sostiamo di più. La sala scenica è meno il cuore dell’incontro.»

Sul modello albergo-in-centro-culturale (esempio esterno)

«Un’altra esperienza recente: una compagnia teatrale che ha vinto un bando europeo, ha rilevato un albergo in un paesino con castello sede di un museo d’arte contemporanea. Ne hanno fatto residenze per artisti — però d’estate diventa albergo per i turisti, e loro lo sfruttano. Ci lavorano, assumono anche persone che ne hanno bisogno. Un modello che unisce ricettività estiva + programmazione culturale nel resto dell’anno.»

Cosa resta aperto:

  • Come si esce da un vero disaccordo, se la sintesi non emerge?
  • Statuto: si tiene l’associazione Buenaventura APS (che ancora esiste, con un vecchio direttivo pronto a dimettersi) o si costituisce una nuova entità? Sergio ha riaperto la questione a fine giornata — decisione rimandata a settembre.
  • Rapporto con altri collettivi (Bastione, Zephiro, altri): siamo una federazione? O si viene qui a titolo personale?
  • Nome: Buenaventura si tiene, si cambia, si scrive “2.0”?

Risorse umane — «il posto deve essere sempre aperto»

Il secondo blocco si apre da una domanda-cornice che rimarrà come il filo di tutto il pomeriggio:

«Il posto deve essere sempre aperto. Deve esserci sempre qualcuno. Partendo da questa esigenza — che l’hanno detta molti, al di là di quello che c’è dentro — tenere un posto aperto tante ore ci vuole risorse umane. Una persona che apre alle 8 di mattina e chiude alle 4 del mattino, magari è una cosa un po’ diversa. In questi termini, come si arriva a tenere un posto aperto tutto il giorno?»

Su questa domanda si apre la faglia più concreta della giornata: volontariato puro o formula ibrida?

«Se lo faccio un giorno, va bene. Ma se lo faccio tutti i giorni — magari io devo fare le pulizie sempre, devo lavare i cessi per tutto il mese. Quindi è importante capire: quando il volontariato è volontariato, e quando la cosa diventa un servizio che va in qualche modo riconosciuto.»

Una risposta, netta:

«Il volontariato puro, per questo futuro possibile posto, non lo prendo al 100% in considerazione. Deve essere una formula un po’ ibrida. Se non c’è anche un riconoscimento in parte economico, negli anni ho visto — ha creato frustrazione, spesso, di tante persone che se ne sono andate via.»

Da qui entra un secondo filo, quello dello scambio con volontari europei — di cui il vecchio Buena aveva fatto largo uso negli anni 2000:

«La possibilità di avere collaborazione anche dall’esterno attraverso — all’epoca era FSE — progetti di corpo di volontariato europeo, servizio civile. Ci danno l’occasione di avere persone stabilmente da noi. Non era solo volontariato peloso: era scambio.»

Poi la testimonianza forte di chi ci è passato — e si è bruciato:

«Per noi è stato un sogno. La casa teatro l’abbiamo trovata. Però eravamo io e lui, siamo io e lui a mantenere lo spazio, ed è difficilissimo. Ha smesso di aprirsi al pubblico perché non eravamo in grado di sostenerlo. Abbiamo progressivamente mollato, con un senso di rimorso costante.»

E l’uovo e gallina con lo spazio:

«O decidiamo le attività e poi troviamo lo spazio, o parliamo di uno spazio e su quella base parliamo delle attività.»

L’ipotesi che raccoglie più consensi — la fase intermedia itinerante:

«A me piacerebbe tantissimo essere un po’ più — passatemi il termine — itinerante. Voglio fare un corso d’arte, c’è un bel palco bellissimo, ci vado. Non mi serve per forza uno stabile.»

«Se ci si desse un tempo in cui intanto si “satellita”, si coabita in spazi — cioè si va dentro Zephiro, si viene qui, si viene qua — e intanto si fa la gente. Proponiamo eventi e intanto siamo letteralmente itineranti, in modo pesante, da creare seguito.»

Cosa resta aperto:

  • La formula ibrida volontariato/riconoscimento è dichiarata necessaria, non definita. Quanto? Chi? Con quale criterio? (commissione finanze + commissione principi ci lavoreranno)
  • Chi apre alle 8, chi chiude alle 24? La mappa concreta delle disponibilità non è stata fatta in assemblea. Si farà via commissione.
  • L’ipotesi di un “comune residenziale” dentro allo spazio (persone che ci vivono, 24/7) è emersa e non è stata ripresa strutturalmente.

Risorse economiche — «copiare bene è importante»

Il terzo dibattito lo apre Alberto Corletto — coordinatore storico del vecchio Buena — con una distinzione operativa:

«Distinguerei tra cosa serve per partire — quanti soldi possono servire per partire, allora lì ragioni ad esempio con un crowdfunding, un prestito bancario, un mutuo, poi bisogna avere più firme — e poi invece la gestione ordinaria. Tenendo conto che, se si utilizzasse lo spazio per organizzare dei corsi, poi la gestione dei corsi ci vuole qualcuno che organizzi i corsi, oltre ad avere le persone che fanno da insegnanti. Stesso discorso per i concerti. E poi non è neanche detto che si rientri dell’investimento.»

Sposta il baricentro:

«Distinguiamo soldi per partire e soldi che poi mantengono. Nel lungo periodo mi piacerebbe immaginare la sostenibilità, più che partire. Al di là del fatto se bisogna partire con ventimila, cinquantamila, o comprare tutto a mezzo milione — quello è un passo, lo fai o non lo fai. La sostenibilità invece è quella che ti permette, senza essere preso per il collo, di restare in piedi.»

📖 Leggi l'intervento integrale di Alberto Corletto

Ricomposto dalla registrazione ambient (Mazza 23:46). Alberto Corletto è stato coordinatore storico del vecchio Buenaventura — la sala lo introduce, con affetto e memoria del passato, con «compagno Corletto, grazie compagno».

Distinzione operativa: startup vs sostenibilità

«Io distinguerei tra cosa serve per partire — quanti soldi possono servire per partire, allora lì ragioni ad esempio con un crowdfunding, un prestito bancario, un mutuo bancario, poi bisogna avere più firme. E poi invece la gestione diciamo ordinaria — come si studia questo?

Rendo conto che se si utilizzasse lo spazio per organizzare dei corsi, poi la gestione dei corsi ci vuole qualcuno che li organizzi, oltre che avere le persone che fanno da insegnanti. Stesso discorso per i concerti: ci vuole poi qualcuno che organizzi i concerti. E poi non è neanche detto che si rientri dell’investimento.»

Il suo desiderato (offerta condizionata sulla sala)

«Io comunque il mio desiderato è che ci sia del verde, degli alberi magari anche da piantare. In quel caso sarei anche disposto a intervenire finanziariamente.»

La cornice storica — 25 anni fa

«Sotto i 99 c’è tutta una regolamentazione molto più leggera. Sopra i 99, c’è un altro mondo. Vent’anni fa, venticinque anni fa, sotto i 99 era molto facile. Ho paura che anche sotto i 99 adesso abbiano messo qualcosa di più stringente.»

Un modello concreto — la compagnia teatrale con l’albergo estivo

Nel dibattito sulle risorse economiche, Corletto porta un esempio recente:

«Un’altra compagnia teatrale ha vinto un bando europeo, ha rilevato un albergo in un paesino con castello sede di un museo d’arte contemporanea. Ne hanno fatto residenze per artisti, però d’estate diventa albergo per turisti — e loro lo sfruttano. Ci lavorano, i turisti si fermano, e assumono anche persone che avevano bisogno di lavoro.»

Sulla dimensione degli spazi e la scelta politica

«Bisogna capire qual è la dimensione di accoglienza. Sotto i 99 è un conto — se invece diventa un pubblico spettacolo vero e proprio, deve essere conforme per ogni livello. Domande a cui bisognerebbe darsi un po’ risposte per poi procedere.

L’area della Castellana è deficitaria di una sala alternativa al teatro accademico — e sempre con la compensazione della parrocchia. È anche una questione: accogliamo questa cosa perché è necessaria, oppure la deleghiamo e si spinge perché il Comune o i Comuni adottino un cinema fantastico qui?»

Un esempio di gestione — l’affitto trovato

Passaggio pratico su un caso concreto trattato in sala:

«Uno spazio produttivo hanno chiesto 4.500 euro al mese. Quanto? 4.500 euro al mese, quindi ottocento e passa a testa se si divide. Torniamo a scala, ragazzi: qualsiasi cosa facciamo, bisogna pagare l’affitto. Bisogna vedere come immaginiamo che questi soldi arrivino.»

Un vincolo pratico che condiziona tutto il resto:

«Sotto i 99 c’è tutta una regolamentazione molto più leggera. Sopra i 99, c’è un altro mondo.»

(Nessuno in sala sa la normativa aggiornata: diventa un compito esplicito della commissione tecnica.)

Fra pone la domanda diretta della sostenibilità:

«Le entrate mensili di un centro culturale come ce lo immaginiamo, da dove pensate che arrivino? Come le vedete? Perché a noi piace tanto la parola indipendente.»

Le risposte si articolano in una griglia: bar, eventi con seramento a pagamento, affitto delle sale ad altre realtà. Ma il bar da solo non basta:

«Non è così scontato che il bar garantisca entrate.»

Il modello Mülheim (Makroscope — ex-albergo che era stato sede del Partito Nazista) viene proposto come esperienza replicabile:

«Hanno fatto un mutuo per acquisire un ex albergo in centro. Ne hanno fatto un centro culturale. La natura dello spazio è tripla: una sala espositiva, musica elettronica, affitto della sala per diverse attività. E ci sono degli appartamenti dove una coppia con bambino vive continuativamente. Il teatro dove andiamo a produrre affitta loro l’appartamento per noi — questo garantisce un sostegno continuo per un anno.»

Un altro modello — le grandi feste — con avvertimento sulla non-scalabilità:

«Riuscivamo a mantenere una grande parte dei lavori con l’incasso di grandi feste, dei Carnevali, di cose laterali. Però quattrocento persone… una volta ti va bene, la seconda anche, la terza volta niente.»

Una offerta condizionata dalla sala:

«Il mio desiderato è che ci sia del verde, degli alberi magari anche da piantare. In quel caso sarei anche disposto a intervenire finanziariamente.»

E il metodo — la battuta che è diventata regola:

«Ci sono degli spazi tipo circolo privato ancora in piedi da qualche parte in giro? Oppure bar gestiti con una cooperativa — penso al Color Caffè che c’è a Bassano? Andare a visitare la realtà, come stanno in piedi.»«Questa è la ricognizione del territorio.»«No, tanto per copiare.»«Copiare bene è importante.»

Uno dei modelli portati in sala prende forma concreta. Emanuele traduce il ragionamento sulla sede in una caratteristica tecnica minima e in un riferimento vivente:

«La cosa primaria sarebbe trovare uno spazio che abbia un salone abbastanza grande — magari un po’ più di questo — in modo che ci puoi far stare 80 persone, magari anche strette, con però la possibilità di accedere a un bar lì vicino. E lì abbiamo già raggiunto un fulcro: il salone grande può diventare aula studio, può diventare sala per il segno, può diventare sala di conversazione, sala di salotto, piccole situazioni musicali. Nel momento in cui bisogna fare concerto, si mettono via le tavole. Mi viene in mente il Morion a Venezia come centro sociale: è piccolo, si tratta del centro storico di Venezia, ma è funzionale, perché ci puoi fare tutto quello che serve — c’è il salone grande che è il fulcro.»

📖 Leggi frammenti di interventi di Emanuele e Simone

Ricomposto dalle registrazioni ambient del pomeriggio (Mazza 23:46) e dai voice-note di Fra (Telegram 10-30-44), con pulizia dei typo Whisper. Il blocco intreccia due voci — Emanuele e Simone (Anagoor) — che nel dibattito sulla sede si sono passati la palla più volte: dimensioni e tipologia edilizia, il modello del Morion, la domanda a monte «cosa vogliamo poterci fare?».

Il salone grande + bar accessibile come minimo funzionale

«La cosa primaria sarebbe trovare uno spazio che abbia un salone abbastanza grande — magari un po’ più di questo — in modo che ci puoi far stare 80 persone, magari anche strette, con però la possibilità di accedere a un bar lì vicino. E lì abbiamo già raggiunto un fulcro: il salone grande può diventare aula studio, può diventare sala per il segno, può diventare appunto sala di conversazione, sala di salotto, piccole situazioni musicali. Nel momento in cui bisogna fare concerto, si mettono via le tavole, si mette via tutto.»

Il modello: il Morion di Venezia

«Mi viene in mente il Morion a Venezia come centro sociale — c’è, per esempio, quello. Come spazio è piccolo, si tratta del centro storico di Venezia, ma è funzionale, perché ci puoi fare tutto quello che serve — c’è il salone grande che è il fulcro. Serve trovare poi un salone grande qui, come non si sa. E soprattutto immagino che principalmente, se troviamo il salone grande, ritrovare per magari le stanze per dormire sarà leggermente più complicato — magari lo trovi più in… ecco, in questo caso in un mini-capannone è più facile che trovi il salone grande.»

La tipologia: capannoni di vecchie fabbriche in provincia

«In generale credo che i capannoni — soprattutto quelli di vecchie fabbriche, soprattutto quelle un po’ più piccole, che si trovano spesso poi in provincia — saranno un po’ i posti più congeniali a queste idee qua. Se no, comunque, se si trova uno spazio che invece è bello isolato in campagna e si fanno i giusti provvedimenti, si possono fare anche i concerti nel giardino, se c’è un giardino.»

La domanda a monte: piccolo salotto o presidio del territorio?

«Sono tutte domande a cui bisognerebbe darsi un po’ risposte per poi procedere. Se a me basta una sala versatile — che può diventare aula studio, sala per il segno, sala di conversazione, sala di salotto, piccole situazioni musicali — cambia tutto. Ma se io voglio aprirmi in maniera importante nel territorio, dico: qui posso fare cose piccole, magari cose grandi le faccio altrove. Sono tutte domande a cui bisognerebbe darsi risposte prima di procedere.»

Il metodo: cominciare la ricerca anche senza aver chiuso tutto

«Anche se cominciamo a fare una ricerca sullo spazio senza sapere ancora — è certo che più spazio hai più roba fai, però dopo devi guardare quello che poi hai per rientrare economicamente e quei meccanismi lì. È legato un po’ anche a quella commissione: ci vorrebbe forse qualcuno che studi anche come poter aggregare questi spazi, fare l’ipotesi di spazi più o meno ampi, più o meno con più valenze o meno valenze, più stanze o meno stanze. E se ci si desse un tempo in cui intanto si “satellita”, si coabita in spazi — cioè si va dentro Zephiro, si viene qui, si viene qua — e intanto si fa la gente, si cresce insieme.»

Riferimenti raccolti in sala: Color Caffè (Bassano), Zephiro (Castelfranco), Morion (Venezia), In-Prove (Castelfranco), i collettivi di Feltre e Belluno («organizzano festival lunghissimi in una stanza che è la metà di questa»), e — a distanza — Makroscope Mülheim.

Quello che è invece stato deciso a chiare lettere sul cartellone finale (foto sotto):

  • Nel frattempo: sfruttare gli spazi già disponibili (satellitare, non aspettare uno stabile)
  • Priorità sul tipo di spazio da cercare (non “un posto qualsiasi”: una lista di caratteristiche)
  • Fonti di entrata da lavorare in parallelo: tesseramenti · attività-eventi · cucina + bar · autofinanziamento

Cosa resta aperto:

  • Nessuna cifra concreta su nulla (affitto, mutuo, break-even bar, costi eventi). Compito centrale della commissione finanze.
  • Affitto vs comodato vs acquisto: aperto.
  • Rapporto con Comune/Regione — riconosciuto strategico, ma nessuno l’ha preso in carico esplicitamente.
  • Il modello economico principale (bar+eventi, o bar+affitti a compagnie, o bandi/finanziamenti pubblici): le tre strade convivono senza scelta.

Terzo angolo del cerchio, verso la fine del pomeriggio

La formula che ha tenuto insieme la giornata

Detta da Anna a metà pomeriggio, e ripetuta più volte in modi diversi:

«Prima si decide come si decide. Poi si decide.»

Nella pratica — è onesto scriverlo — non è stata del tutto rispettata: si è cominciato a decidere delle cose (le commissioni, l’appuntamento di settembre, chi fa cosa) prima di aver formalmente concluso come. Ma il tema è marcato, e resta sul tavolo per settembre.


Verso le 20:00 — le commissioni

A chiusura del pomeriggio, si passa dai principi ai mandati: si nominano le commissioni che partono da subito e portano il loro lavoro all’assemblea generale della prima settimana di settembre.

Il momento è marcato da una frase pratica di uno dei presenti:

«Commissione principi. Certo. Dovremo ripetere i nomi.»

Che è anche una piccola confessione — c’era da tenere il ritmo, non da fare protocollo. Ecco le cinque commissioni emerse, con i loro ambiti e i partecipanti.

Le cinque commissioni e i partecipanti

Elenco trascritto dai cartelloni scritti sulla lavagna a fine giornata (foto qui sotto). Se leggendo il tuo nome trovi un errore, o se ti sei aggiunto/a a una commissione dopo l’evento e non compari, scrivici a [email protected] e correggiamo.

  1. Commissione Principi — stesura del manifesto / carta dei principi (statuto e regole di ingaggio) Angelica, Emma, Anna G., Freddy, Vale, Simone, Roberta

  2. Commissione Grafica / Sito — grafiche eventi, sito web, comunicazione visiva Cristina, Roberto, Luca, Keko

  3. Commissione Indagine Territorio — ricognizione degli spazi disponibili nel territorio + visita ad altri centri per «copiare bene» Emma, Sbegnen, Mazza, Gio, Marco, Bisso

  4. Commissione Bar / USL / Burocrazia — verifica delle norme aggiornate presso l’USL per bar e pubblico spettacolo, soglia dei 99, licenze, requisiti Checco, Emma, Lorenzo Tinfena

  5. Commissione Finanziamenti + Planning futuro + Costi — startup vs sostenibilità, break-even eventi, mix delle fonti di entrata, planning economico Checco, Marco, Mauro Mart., Laura, Luz, Merlo

Cartellone «Quali ruoli» — Commissione Principi, Commissione Grafica/Sito, Commissione Indagine Territorio

Cartellone «Sostenibilità, spazi, costi» — Commissione Bar/USL/Burocrazia e Commissione Finanziamenti/Planning/Costi

Aggiornamento finale con Lorenzo Tinfena e Merlo aggiunti all’ultimo minuto

Come si continua

Le commissioni sono già al lavoro da subito. È stata creata una community WhatsApp con una chat generale e sottogruppi dedicati a ciascuna commissione, così ognuno lavora nel proprio pezzo senza rumore di fondo. Chi vuole entrare in una commissione o solo seguire la conversazione generale: scrivici a [email protected], ti aggiungiamo.

Prima settimana di settembre: assemblea generale di restituzione, in cui ogni commissione riporta dove è arrivata — e si riprende dal punto lasciato aperto sulla forma di governance. Sergio ha aggiunto in coda alla giornata anche il tema Buenaventura APS: l’associazione esiste ancora, il vecchio direttivo è pronto a dimettersi, si decide se rieleggere e in quale forma. È lì che si decide anche il nome e la struttura giuridica definitivi.

Settembre non è la partenza: è la tappa di sintesi. Il lavoro concreto — mappa spazi, bozza di manifesto, verifica norme USL, planning economico — sta già succedendo.


Voci raccolte

Sei passaggi dai tre dibattiti, ripuliti dalle trascrizioni degli audio. Ne arriveranno altri.

Né orizzontali né verticali

Angelica, nel primo blocco sulla governance, propone la posizione di mezzo che tornerà spesso nel pomeriggio:

«Mai né orizzontali né verticali. Che vuol dire: né una piramide in cui a capo c’è anche solo un gruppo o una persona. Ma neanche un’orizzontalità del tipo “tutti hanno l’opportunità di dire l’universo”. Se decidiamo di aprire un bar dentro, di aprire un’aula studio dentro — magari ci sono delle persone che hanno cura di quel luogo là. Quel gruppo lì, poi, nel momento in cui ci si fa l’assemblea grande, ha un po’ più di voce in capitolo, tra virgolette, avendo cura dello spazio.»

Sul carisma pericoloso

Da una voce che raccontava di sé, all’inizio del dibattito sulla governance:

«Più di una volta quello che si era pensato come collettivo, collettivo non era. Faccio anche fatica a dirlo perché mi sono trovato più volte a dover esercitare il carisma, o riporre una visione — e queste cose sono sempre un po’ pericolose.»

Sul lavoro sporco condiviso

Dal blocco sulle risorse umane:

«Condividendo tutti il lavoro sporco e imparando tutti — perché magari quella persona che si occupa sempre di quella cosa, alla lunga le pesa fare sempre quella. Non è che deve fare sempre quella persona: dobbiamo tutti farci un po’ le mani nel motore.»

Sul «ma ti va di sperimentare?»

Sempre sulle risorse umane, sull’idea di come si entra in un gruppo di lavoro:

«Che non diventi obbligatoria. Non è che uno deve venire tutte le settimane per forza. Magari — che ne so — “ti va di sperimentare? Se torna a casa questo questo questo, e magari non inizi per la sera ma la settimana prossima…”. Un invito, non una lista di turni.»

Sull’esempio, più che tante parole

Un partecipante, verso metà pomeriggio, in eco al messaggio di apertura di Paul:

«L’esempio, più che tante parole. […] Chi si dà l’esempio è concretamente più presente delle altre. È molto importante trovare un momento in cui una persona riesce a essere più presente delle altre, per dare una continuità alle scelte che si fanno.»

Sul posto sempre aperto

Una linea forte emersa più volte, verso la fine del pomeriggio, mentre si entrava nel dibattito sugli spazi:

«Il posto deve essere sempre aperto. Deve esserci sempre qualcuno.»

Da lì, tutto il resto del dibattito: chi apre alle 8 del mattino? Chi chiude alle 4 di notte? Come si tiene aperto uno spazio quotidiano senza consumare le stesse due persone? — la domanda con cui si è arrivati, alla fine, alle commissioni.


Grazie

A Valentina B., che ha tenuto la giornata

Valentina B. modera davanti al flip chart «Sede/Spazi e Risorse Umane — chi tiene aperto uno spazio quotidiano, con quali ruoli»

Valentina B., che è dentro il Buena 2.0 come tanti di noi, il 4 luglio non aveva un ruolo previsto. All’ultimo minuto le abbiamo chiesto due cose insieme: presentare la giornata e fare da moderatrice per tutto il pomeriggio. Ha detto di sì, e poi ha svolto quel doppio ruolo per quattro ore filate, in modo eccellente: riassumendo gli interventi via via che venivano, stimolando chi non parlava, tenendo il ritmo del cerchio, dando la parola con misura. Era arrivata per partecipare — l’ha invece dedicata con passione e professionalità a tenere insieme la sala. Non era scontato. Grazie, Vale. ❤️

Matteo V. l’ha affiancata prendendo appunti dal vivo sui fogli della lavagna a fogli mobili — i cartelloni che vedete fotografati sopra, alla fine, sono in gran parte opera sua. Anche a te, grazie.

E poi

Ringraziamo l’Associazione Due Mulini per la collaborazione nella realizzazione dell’evento del 4 luglio, e la Sala Mostre della Barchessa Zorzi (Comune di Riese Pio X) per averci ospitati.


E adesso

Il filo non si spezza in luglio. Gli incontri successivi sono già fissati a partire dal 5 luglio in poi, settimanalmente. Si entra in qualunque momento.