Cos'è un centro culturale indipendente
Una sintesi della definizione TEH (Trans Europe Halles) e il rapporto con la pubblica amministrazione — un argomento poco chiaro in Italia, a Castelfranco compreso
Molti, in Italia — e a Castelfranco Veneto in particolare — non sanno cosa sia un centro culturale indipendente, così come lo intende la rete europea Trans Europe Halles (TEH) di cui il Buenaventura faceva parte già dai primi anni 2000 e di cui faceva parte anche nel 2005, quando il Buena ha ospitato il 59° meeting europeo (archivio).
Questa pagina prova a spiegarlo in modo accessibile.
Una definizione operativa
Un centro culturale indipendente — nell’accezione TEH — non è un locale, non è una sala concerti, non è un bar che fa cultura. È qualcosa di sostanzialmente diverso da tutti questi:
- Nasce dalla società civile, non dall’alto. La maggior parte dei centri TEH è stata fondata da giovani, artisti, attivisti che hanno occupato edifici post-industriali abbandonati negli anni ‘70-‘90 (ex panifici, ex caserme, ex fabbriche, ex scuole) e li hanno trasformati in spazi vivi
- Ha una missione politica, non solo culturale. Interviene sulla realtà sociale, allarga i confini del possibile, dà voce a chi nella cultura ufficiale non ce l’ha — giovani, marginalizzati, immigrati, dissidenti
- È auto-governato in modo orizzontale. Le decisioni si prendono in assemblea, in cerchio, fra pari. Non c’è un direttore artistico nominato dal sindaco. Non c’è un CdA che risponde a stakeholder economici. Risponde solo alla propria comunità di soci e ai propri valori
- Non si limita a “intrattenere”. Si interroga di continuo sulle proprie condizioni di lavoro e partecipa alle questioni che riguardano tutti
- Costruisce reti, non recinti. Lavora con altri centri (in Europa, in Italia, in città), scambia volontari, ospita band in tour, manda i propri ragazzi a fare esperienza altrove
- Si prende cura del quartiere. Costruisce buone relazioni con i vicini, offre valore aggiunto ai cittadini intorno, non è una bolla autoreferenziale
- Combina libertà e responsabilità. Spazio di libertà di espressione e di assunzione di responsabilità verso il contesto in cui sta
- È un laboratorio, non un palco. Rigenerazione urbana, innovazione artistica, educazione informale, scambio internazionale, formazione politica — tutto insieme. Non solo concerti
- Si autosostiene. Cerca soluzioni economiche che non compromettano la missione: contributi pubblici sì, ma senza vendere l’anima; mecenati sì, ma senza diventare la loro vetrina
- Conserva la libertà di criticare il potere che lo finanzia. Anche se riceve fondi statali, regionali, comunali o europei, deve mantenere la possibilità di dissentire — altrimenti diventa un servizio dello Stato, non un centro indipendente
«I veri centri culturali indipendenti non sono solo dei locali, ma posti dove il radicalismo della libertà di espressione si connette con la responsabilità di proteggere i diritti civili e di lavorare per un futuro sostenibile.»
— Sandy Fitzgerald, New Times New Models (Pekarna magdalenske mreže / TEH, 2010)
Indipendenti anche con fondi pubblici (o in spazi pubblici)
Un centro culturale può restare indipendente anche se riceve contributi statali, regionali o europei. E può restare indipendente anche se svolge la sua attività in locali di proprietà pubblica (un ex edificio comunale, una sala data in concessione dal Comune, un capannone del Demanio in disuso).
Il problema non sono i soldi pubblici in sé, né il “tetto pubblico”. Il problema è la lunghezza del guinzaglio.
La regola dei 10 anni
A questo proposito ricordiamo cosa ci ha sempre raccomandato la rete Trans Europe Halles: in caso di accordo con la Pubblica Amministrazione per uso di spazi pubblici, mai accettare un contratto di concessione che non sia di almeno 10 anni.
Per esperienza dei centri TEH (alcuni dei quali esistono dagli anni ‘70), qualsiasi cosa sotto i 10 anni non ne vale la pena: si rischia di essere ricattati ad ogni elezione amministrativa o politica. Una giunta amica firma un comodato di 3 anni; la giunta successiva, di colore opposto, non lo rinnova — e dieci anni di lavoro civico vengono buttati.
Una concessione decennale, invece, garantisce al centro:
- stabilità, per fare investimenti reali sulla struttura e sui programmi
- prospettiva, per costruire relazioni durature col territorio e con la rete europea
- libertà di parola, perché il centro non deve auto-censurarsi per paura della non-rinnovazione
- continuità, perché un centro culturale produce risultati su scala generazionale, non su scala di mandato politico
Non è un capriccio. È la base minima perché il rapporto fra centro culturale indipendente e pubblica amministrazione sia un partenariato fra adulti, e non una concessione precaria a scadenza.
Materiali di riferimento
- New Times New Models — Investigating the internal governance models and external relations of independent cultural centres in times of change — a cura di Sandy Fitzgerald, Pekarna magdalenske mreže (Maribor, 2010), 81 pagine. Conferenza internazionale TEH del gennaio 2010 a Maribor. Copia locale del PDF, ospitata anche qui per persistenza (originale su pekarnamm.org)
- Trans Europe Halles — il sito ufficiale — oggi ~150 membri in 38 Paesi
- Archivio del 59° meeting TEH 2005 ospitato dal Buena — quando Castelfranco Veneto ha avuto, per quattro giorni, oltre 70 delegati di centri culturali indipendenti europei
- Pekarna magdalenske mreže — ex panificio militare di Maribor (Slovenia) occupato nel 1994, 6.000 m², oggi il più grande centro culturale indipendente del nord-ovest sloveno, partner storico del Buena
