# L'apertura — un anno di carte col Comune
> Tra la firma del contratto d'affitto (estate 1999) e l'inaugurazione del bar (estate 2000) passa un anno di paralisi burocratica imposta dal Comune di Castelfranco Veneto. Con l'ULSS invece fu tutto liscio — sul lato sanitario. Sul lato sociale, una storia più articolata: una cornice normativa stretta (i LEA) e una scelta politica del territorio di tenerci a distanza.


## Le due date

- **Estate 1999** — firma del contratto d'affitto e ingresso del Buena nei locali di **Via Circonvallazione Ovest 23**
- **Estate 2000** — inaugurazione del bar del Buena, ossia **l'apertura ufficiale** della sede al pubblico

Tra una data e l'altra: **circa un anno**, in cui il Buena ha pagato l'affitto su spazi che, per ostruzionismo burocratico del Comune di Castelfranco Veneto, non poteva aprire al pubblico.

## Due interlocutori, due esperienze opposte

Per aprire la sede, il Buenaventura aveva bisogno di due semafori verdi:

- l'**ULSS** per la **somministrazione di alimenti e bevande** (il bar interno) — nel nostro territorio l'azienda sanitaria si chiama appunto **ULSS** (oggi *"Azienda ULSS 2 Marca trevigiana"*): la doppia S sta per **Socio-Sanitaria**. A differenza di altre ASL nazionali, quella del Castellano ha **da sempre la delega anche per i servizi sociali**.
- il **Comune di Castelfranco Veneto** per la **destinazione d'uso** dell'edificio e l'agibilità

L'ULSS fece il suo lavoro bene. Il Comune no.

## Con l'ULSS: tutto liscio (sul lato sanitario)

Il personale dell'ULSS fu, fin dai primi contatti, **super professionale, trasparente, corretto, puntuale**. Ancora prima che cominciassimo i lavori, vennero a illustrare di persona tutti i requisiti tecnici: **bagni, antibagni, spogliatoio dei baristi, magazzino, superfici lavabili, HACCP** per la preparazione e la somministrazione degli alimenti. E spiegarono, di ogni regola, il **motivo razionale** alla base — rischio igienico, percorsi puliti/sporchi, sicurezza degli operatori e degli avventori.

Il Buena prese in carico ogni indicazione in fase di progettazione degli spazi: erano regole sensate, condivise fin da subito e rispettate alla lettera. La **visita ispettiva** dell'ULSS fu un **super ok**.

### Una nota sul lato "Sociale" dell'ULSS

Da quanto raccontato sopra potrebbe sembrare che l'ULSS abbia fatto sempre tutto bene e il Comune sempre tutto male. Non è così.

Va ricordato che il Buena operava **almeno tanto in ambito sociale quanto in ambito culturale** — probabilmente, a conti fatti, **più nel primo che nel secondo**: alfabetizzazione e italiano per stranieri, attività per famiglie e bambini, integrazione delle seconde generazioni, ristorazione sociale, scambi internazionali di volontariato, sportello "consulenza sulla normalità", informatica per volontari di altre OdV, accoglienza in foresteria.

Su tutto questo, **negli otto anni e mezzo di sede fisica, non abbiamo mai respirato nulla** di "sociale" che ci arrivasse dall'ULSS. Eppure stiamo parlando di **bilanci considerevoli**: i comuni di Castelfranco Veneto, e i limitrofi di **Castello di Godego** e **Vedelago** (in cui vivevano molti nostri soci, e dove le loro famiglie pagavano tasse e tributi), versavano la **quota di gestione "sociale"** proprio all'ULSS.

#### Una precisazione tecnica

La storia ULSS/Comuni è, dal punto di vista normativo, più articolata di quanto possa sembrare. I controlli che il Buena ricevette per l'apertura del bar (locali, HACCP, agibilità sanitaria) erano competenza del **Dipartimento di Prevenzione** dell'ULSS — un filone interamente **sanitario**. La parte **sociale** è invece definita da una griglia di competenze codificate — i **LEA, Livelli Essenziali di Assistenza** — che disegnano un perimetro ristretto: **disabilità, tutela dei minori, salute mentale** sono dentro; altre cose che noi chiamavamo "sociale" (disagio abitativo, integrazione delle seconde generazioni, alfabetizzazione adulti, attività per famiglie) **non rientrano** nei LEA, e quindi non rientrano nei budget che ULSS e Comuni hanno l'obbligo di spendere. Per la disabilità, ad esempio, la quota sanitaria la copre l'ULSS e una percentuale "sociale" definita la coprono i comuni: sono filoni separati, con normative diverse.

Sul piano puramente amministrativo, quindi, sul "sociale" stretto definito dai LEA **non rientravamo nelle competenze obbligatorie** di ULSS e Comuni — non c'erano tavoli automatici che ci avrebbero dovuto coinvolgere.

#### Il piano vero è politico

Dentro i vincoli dei LEA c'è comunque uno spazio di manovra — quello politico. Una giunta può scegliere di **valorizzare** un'esperienza nata dal territorio, oppure di ignorarla, oppure di **boicottarla** — magari proprio perché *"non si capisce di che segno politico è"*, e un segno contrario fa meno paura di un segno che non sai con te o contro di te: di quello hai paura, perché fa movimento.

Per noi, sul piano politico, è stato un binario morto. **Prima del 2000** il Comune era commissariato; **nessuna delle amministrazioni** che si sono succedute fino alla chiusura del 2007 ha mai valorizzato davvero l'esperienza Buena. E quando, alla fine del percorso, **abbiamo provato a giocare la partita politica** chiedendo al Comune uno spazio pubblico — episodio documentato nel [Consiglio Comunale del 2008](/archivio/consiglio-comunale-2008/) — la richiesta è finita in impasse e ci ha **tolto energie** in un momento già fragile, contribuendo alla chiusura. Esattamente l'**abbraccio mortale** che il principio fondativo — *"ignorare le istituzioni, prendersi uno spazio e fare"* — aveva voluto evitare per dieci anni.

## Con il Comune: un anno di paralisi

In Comune, nello stesso periodo, fu un macello.

### Il contesto: niente sindaco

Quando il Buena consegnò le carte per l'apertura, il Comune di Castelfranco Veneto era **commissariato**: non c'era sindaco eletto. I dirigenti comunali — privi di un riferimento politico — si mossero, come abbiamo poi riletto la vicenda, con un atteggiamento da *"più reale del re"*.

Sull'origine del muro che ci trovammo davanti ci sono almeno tre ipotesi, non mutuamente esclusive:

1. **L'assenza di un riferimento politico** — i dirigenti, senza giunta, si sentirono autorizzati a usare margini di discrezionalità che con un'amministrazione eletta probabilmente non avrebbero usato.
2. **Pressioni di vicinato** — i rapporti del Buena con il **concessionario d'auto confinante** non furono mai facili: era terrorizzato dai giovani e con ogni probabilità in grado di far filtrare lamentele dalle porte giuste degli uffici comunali.
3. **Opposizione politico-partitica** — il Buena, fin dall'inizio, fu percepito da una parte dell'area conservatrice castellana come un avversario. Il conflitto sarebbe poi emerso in modo aperto negli anni successivi: nell'estate del **2003** il Buena ebbe uno scontro pubblico con **Marilena Palleva**, allora assessora alla cultura del Comune di Castelfranco Veneto, sull'episodio di un concerto del 1° agosto in Piazza Giorgione spostato in extremis al piazzale del Buena — documentato dall'articolo di Mauro Pigozzo *"Mail al vetriolo per l'assessore"* sulla [Tribuna di Treviso del 3 settembre 2003](/archivio/rassegna-stampa/art_tribuna_5_sett_2003/). Negli anni seguirono altre frizioni con la giunta comunale.

### L'accusa: "abusi", siete "direzionali"

Consegnate le carte, i dirigenti competenti ci saltarono addosso parlando di **abusi**. La tesi era questa: *un centro culturale può operare solo in un edificio a destinazione d'uso commerciale; il vostro stabile è "direzionale"; quindi siete fuori norma.*

Tutto questo era falso. Esisteva — esiste — una **sentenza del TAR del Veneto** che stabilisce che un **circolo privato** (cioè non un locale pubblico aperto indiscriminatamente, ma un'associazione che opera per i propri soci) può operare in un edificio di **qualsiasi destinazione d'uso**, persino in una abitazione. Ma si sa come gira: difendersi dall'accusa di un dirigente comunale, anche quando è infondata, **non è facile**.

### La controffensiva — geometri, ingegneri, e un giovane avvocato appassionato

Il Buena rispose con carte, raccomandate, perizie. **Soci geometri e ingegneri** lavorarono gratuitamente per ricostruire la posizione tecnica dell'immobile. Poi un **giovane socio avvocato** si appassionò del caso e andò all'attacco.

E lì arrivò il colpo di scena: scavando negli atti urbanistici scoprimmo che **lo stabile non era affatto "direzionale"** — come pensavamo noi, come pensava il proprietario che ce l'aveva affittato, e come sosteneva il Comune.

Era **commerciale**. Punto. Eravamo in piena regola fin dal primo giorno.

### L'escalation: due bagni, un magazzino e i tramezzini in 30 m²

Smontata la prima accusa, il Comune non si arrese: tirò fuori l'argomento dei **"locali non attigui"** e impose una nuova condizione. Per poter aprire, il Buena avrebbe dovuto realizzare, **dentro lo spazio bar di circa 30 m²**:

- due bagni con antibagno per il pubblico
- un bagno con antibagno per i dipendenti
- il magazzino
- lo spazio per la preparazione dei tramezzini

In 40 m². Impossibile. Era la **paralisi**.

### Il costo: un anno di affitti pagati senza il bar aperto al pubblico

Risultato: dalla firma del contratto nell'**estate 1999** all'inaugurazione del bar nell'**estate 2000** passa **un anno intero** di **affitti pagati senza il bar aperto al pubblico**, di carte, di raccomandate, di colloqui — che ricordiamo ancora oggi come **orribili** — con i dirigenti comunali.

Va detto però che la paralisi riguardava **soltanto lo spazio destinato al bar** — elemento fondamentale, perché era l'**attrattore di soci** e una **primaria risorsa** per affrontare i costi di gestione. In attesa di uscirne, **in sordina cominciarono a essere avviate** la sala computer, le sale riunioni, la cucina, la sala prove. A **inizio novembre 1999** — circa tre mesi dopo la firma — il **primo evento** (fuori dallo spazio bar) fu una **festa di Halloween tra soci**. Poi passarono altri sei mesi per arrivare all'estate 2000.

Quell'anno fu sostenibile per una sola ragione: nel **1999**, prima di firmare l'affitto, il Buena aveva preparato un [**business plan**](/vecchio-sito/dmdocuments/businessplanbuenaventura__parte_descrittiva.pdf) serio, che proiettava incassi e sostenibilità una volta aperti — con margine sufficiente ad assorbire anche un avvio ritardato. Senza quel calcolo iniziale a freddo, l'anno di paralisi avrebbe affondato il progetto prima ancora di cominciare.

### La via d'uscita: il loro ginepraio, rigirato

Alla fine fu il giovane socio avvocato a tirare fuori il Buena. La strategia: **usare le loro stesse armi**. Erano stati i dirigenti del Comune a metterci in un ginepraio normativo, e fu in un altro ginepraio normativo (loro) che li infilammo a nostra volta.

Ci arrivò indirettamente l'informazione che, in Comune, i dirigenti avevano **ammesso fra di loro** che il Buena aveva trovato *l'unica scappatoia legale possibile*. E così, **nell'estate 2000**, circa un anno dopo la firma del contratto, il **Buena ha potuto finalmente aprire il bar e la sede al pubblico**.

## Il *pattern*

Quell'anno perso in burocrazia non fu un incidente isolato. Fu il **primo capitolo** di un rapporto, fra il Buena e il Comune di Castelfranco Veneto, che sarebbe rimasto problematico per tutta la storia della sede fisica. Lo si rivede già nel [settembre 2004](/archivio/storia/chiusura/#antefatti--frizioni-precoci-con-la-pa-2004), quando il Buena è l'unica realtà giovanile non-affiliata a presentarsi al tavolo del Comune sulla L.R. 29/1988. E lo si rivede nella [chiusura del 2007](/archivio/storia/chiusura/), quando — cambiata la strategia — la richiesta al Comune di uno spazio pubblico finisce in impasse.

Da quella prima esperienza il Buena 1.0 ricavò un principio operativo, che durò fino al 2006:

> **Ignorare il Comune. Prendersi uno spazio in affitto. Altrimenti si perde tempo per niente.**

Un principio che è stato quello che ha permesso al Buena di essere inventato, ma soprattutto di essere nato.

